Post a un bambino mai nato

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Caro figlio,

ripongo ogni speranza nel fatto che vorrai accettare questo mio tentativo di spiegarti perché non nasci. Perché tu non nascerai, è ormai deciso.

Un tale scrisse che bisogna piangere gli uomini alla loro nascita, non alla loro morte, ed io già piango al solo pensiero che tu possa nascere, figuriamoci se dovesse accadere per davvero. No, non nascerai. E so che potrà sembrarti insensato, ma non nascerai perché il bene che ho in serbo per te è più grande del bene che tutti i padri del mondo, messi assieme in una stanza, potrebbero mai serbare per i loro figli. E’ un bene che va oltre le concezioni di giusto e sbagliato che gli uomini si sono dovuti inventare per evitare di sbranarsi l’un l’altro, ma che non esistono in natura.

E’ un bene che va oltre l’incessante ticchettio dagli orologi, che qualcuno ha inventato per trasformare le giornate in merce, per barattarle come fossero selvaggina o collane d’osso. E’ un bene incondizionato che resterà sempre tale; non come il bene incoerente di quei genitori che dicono di amare i propri figli ma finiscono per odiarli quando questi non diventano quello che, nelle loro egoistiche menti, hanno immaginato che sarebbero diventati, un giorno.

Non nasci, me ne rammarico, ma è ormai stabilito. Anzi, non me ne rammarico affatto. Piuttosto mi dispiacerebbe, e molto, se tu nascessi, perché non potrei mai perdonarmi di aver preso una decisione così determinante senza il tuo esplicito consenso. Il tuo parere riguardo la tua stessa vita è importante per me.

Di una sola cosa mi rincresce, a ben pensarci: che non verrai mai a sapere quanto sei fortunato a non esser nato. Questo il paradosso che mi attanaglia.

La maggior parte dei bambini come te viene ad esistere per sbadataggine, per costume, per emulazione, per ingenuità, per pulsione ormonale o perché i genitori hanno fallito e passano ai propri figli la pesante staffetta del successo. Non tu, figlio mio, non tu. Tu meriti di molto meglio — tu meriti di non nascere.

Mi hanno dato del codardo, sai. Mi hanno dato dell’immaturo, dell’immorale, dell’egoista, del cinico. Ma io sono convinto che occorra molto più coraggio nel non procreare. Sono convinto che occorra una maturità fuori dal comune, e credo che il vero egoista, il vero immorale, sia colui che getta una creatura inerme nella brutalità cosmica senza rifletterci troppo.

Quanto al cinismo, è il naturale approdo delle persone sveglie; solo gli stupidi e le persone infantili non ne vengono interessate.

Voglio tu sappia, affinché ti sia chiaro ciò che provo per te, a quale esperienza saresti andato incontro, se fossi nato. Venire alla luce, così definiscono la nascita, ma ti renderai presto conto che è piuttosto un venire alla tenebra. Che la vita è una terribile tagliola ben nascosta fra le foglie morte.

Ben in vista al centro della morsa a denti di sega è una cosa che alcuni chiamano amore, altri ambizione, altri famiglia, altri ancora verità, ed è in assoluto la cosa più potente che un essere vivente possa sperimentare, e potrà mai sperimentare, e per questo non si conosce creatura che le abbia resistito.

Ma quando ti genufletti ed allunghi la mano per raccoglierla, quella cosa, di qualunque cosa si tratti, il meccanismo della tagliola si aziona ed ecco, la tenaglia si chiude, la vita ti frega, per sempre.

Un tale di un certo ingegno disse una volta che la natura ha i denti e gli artigli sporchi indelebilmente di sangue. E’ un fatto spiacevole, ma i fatti sono tanto più veri quanto più spiacevoli. Questa amara consapevolezza traccia la linea di demarcazione fra un ragazzo, quale tu saresti potuto diventare, ma non diventerai, e un adulto.

Per non parlare della nostra condizione. Nasciamo e moriamo su di un sasso incandescente scagliato da una deflagrazione a centoseimila chilometri orari nello spazio siderale, e su questo sasso viviamo dentro una cupola d’aria alta appena centodiciotto chilometri, che chiamiamo atmosfera, che chiamiamo casa.

Non esiste nulla, oltre quella cupola d’aria, nello sconfinato spazio cosmico, che non ci uccida all’istante, che non ci riduca in poltiglia. Come in quel film dove i detenuti sono muniti di un collare che esplode al minimo tentativo di evasione, questo nostro pianeta è la prigione di massima sicurezza perfetta. L’Universo non si cura della nostra presenza, non ne ha bisogno, forse addirittura non la gradisce.

Sotto quella cupola scopriamo fin troppo presto che si sopravvive — non si vive, ma sopravvive — solo causando la morte di qualcos’altro. Che sia una pianta, o un animale, o un’invisibile molecola, è un continuo affannarsi per uccidere o per consumare, e per cercare di non restare uccisi o consumati. Mors tua vita mea.

Un tale, di cognome Schopenhauer, diceva che non esiste esperienza positiva che possa superare in intensità quella della sofferenza, che è evidentemente negativa. Spesso agli uomini capita di dimenticarla, l’intensità della sofferenza, e finiscono col dire di essere felici, finiscono col procreare. Ma non sono felici, sono solo smemorati, hanno semplicemente dimenticato.

Chi assiste a quell’attimo di smemoratezza pensa: però, come sembra felice quell’uomo, farò esattamente quello che ha fatto lui per diventare felice come lui. Ed il meccanismo della tagliola scatta, le fauci della vita si chiudono, e si resta in trappola per sempre.

Ma supponiamo che tu nasca. Non potendo beneficiare dell’agio dell’esser nato in una famiglia reale — non che le famiglie reali affrontino meno problemi, ma questi sono di diversa natura — con ogni probabilità finirai col condurre una vita che ti ucciderà comunque, e quel che è peggio, che lo farà lentamente. Non immagini quanti uomini sono già morti e non lo sanno.

Molto presto al mattino verrai sbalzato fuori dal letto da un’intransigente sveglia senz’anima, e in tutta frenesia dovrai vestirti, mangiare, espletare le tue funzioni fisiologiche, lavarti, pettinarti, affrontare il traffico per raggiungere un luogo dove trascorrerai la maggior parte della vita affinché qualcun altro si arricchisca, non tu, ma qualcun altro. Non bastasse, ti verrà chiesto di essergli grato per l’opportunità di farlo.

La tua dignità verrà masticata e sputata per strada, dove resterà incollata al marciapiede, si essiccherà, e chiunque passeggiando la calpesterà e si lamenterà di quanto la città sia sporca senza fare assolutamente nulla. Verrai tradito da tutti, offeso da alcuni, deriso dall’ultimo dei buoni a nulla solo perché se ne sta seduto dietro una scrivania e indossa una cravatta.

E quando — troppo tardi — avrai finalmente realizzato che la vita è totalmente priva di significato, per darle un senso, deciderai di fare quello che fanno tutti, che non può essere sbagliato se lo fanno tutti, ed avrai una famiglia, dei figli, e la storia si ripeterà ancora una volta, come fa con tutti. Questa è la banalità del bene.

O magari sarai fortunato al punto da diventare un parassita che mantiene la propria condizione agiata approfittandosi del disagio altrui, del fatto che le persone devono pur comprare del pane al mercato per se stesse e per i propri figli, se ne hanno. E pagare l’affitto, o un mutuo, e le bollette, le medicine, le visite mediche. Lavorare per pagare la sopravvivenza. Questa è la banalità del male. Ma quello del parassita non è un gran modo di realizzarsi, sappilo.

Dovrai inventarti qualcosa perché avrai fame, eccome se ne avrai. Dovrai ripararti dal freddo, e quando sarai sazio e ti sarai riparato dal freddo dovrai ripararti dalle bestie, soprattutto dagli uomini, che sono le bestie più insoddisfatte e quindi le più pericolose.

Questo senza considerare le malattie, poiché per ciascuna malattia debellata ne compare sempre una nuova, perché anche le malattie sono figli messi al mondo senza rifletterci troppo, che lottano per la sopravvivenza a scapito di qualcun altro. Alcune malattie potrebbero lasciarti senza vista, altre senza udito, altre senza gamba, altre ancora — e sono le malattie più sottovalutate — senza fede.

No, non posso permettere che tu corra il rischio di provare tutto questo. Non posso correre il rischio che tu ti rivolga a me, quando sarai cresciuto abbastanza, rimproverandomi di averti spinto in questa arena di gladiatori. Sarebbe per me il dolore più insopportabile, quel dover realizzare che avevo ragione a pensare che non ne sarebbe valsa la pena. E ciò nonostante… averlo fatto comunque, averti gettato nel cassonetto della vita.

Perché la verità è che questo mondo non ha bisogno di altri bambini. Non ha bisogno di altri arbitrari sfruttatori delle sue risorse, sempre più limitate, sempre più preziose. La verità è che questo mondo andrà avanti anche senza noi due, figlio mio. E grazie al fatto che non nascerai, forse, andrà avanti in maniera più accorta.

A tavola, nelle case, alla tua sedia vuota siederanno i bambini che sono già al mondo e che vivono per strada, al freddo e senza cibo. Non vale, la loro vita, tanto quanto la tua? Nessuno di quei bambini verrà sfruttato per produrre un giocattolo che getterai nella pattumiera quando ti avrà stancato, o uno smartphone che rimpiazzerai con un nuovo modello quando sentirai dire che il tuo è ormai obsoleto, o quando una pubblicità te lo farà credere tale.

Perché anche le pubblicità sono figli messi al mondo senza rifletterci troppo, che lottano per la sopravvivenza a scapito di qualcun altro.

No, il mondo deve farsi bastare quello che ha e fare i conti con la propria coscienza assopita. E tu, figlio mio, non nascendo desterai quella coscienza assopita, e la tua mancata nascita sarà più utile delle duecentomila nascite inutili che avverranno mentre leggerai questo post, che in realtà non leggerai mai.

Ti abbraccio, quindi, riponendo ogni speranza che mi resta nella tua comprensione.

Con spassionato affetto,

Il miglior padre
che tu possa mai sperare di avere.

Cose che ho imparato da questo 2015

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  • Di arte si può anche morire. Per questo la gente la teme. Finché non scopre che di arte si può anche rinascere.
  • Gli addii che non coincidono con la morte sono solo arrivederci, nel bene o nel male.
  • Certi mezzi non sono mai sbagliati se permettono di incontrare persone straordinarie che non avremmo potuto incontrare altrimenti.
  • Chi delude, offende o tradisce le aspettative deve essere messo al corrente, seduta stante, della sua condotta. I sassolini nella scarpa accumulati negli anni fanno annegare in un lago di rancore.
  • Non abbiate paura di lasciare che il tempo scorra. Le persone muoiono, o perdono la memoria, o impazziscono, o semplicemente cambiano, e i problemi con loro.
  • Quella del controllo non è che l’ennesima illusione. Chi impara a trovarsi a proprio agio nell’assenza di controllo non dovrà temere nulla in vita.
  • Per di più, l’arte migliore non può nascere dal controllo. Chiedetelo ad Hemingway quanto Vermut c’è dietro un buon romanzo.
  • I sofferenti si attraggono. Finché non diventano felici. E allora si respingono.
  • Alcune persone hanno bisogno di soffrire per essere felici. Che gran fortuna sarebbe se lo ammettessero, invece di fingersi perennemente all’inseguimento della felicità.
  • L’amore è il rifiuto ideologico di vedere l’ovvio che chiunque altro vedrebbe; è personale interpretazione della realtà a proprio beneficio.
  • L’eccessiva socialità è indice d’insicurezza. Gli insicuri cercano negli altri i pezzi mancanti del proprio puzzle interiore. I sicuri sanno che il dialogo più utile resterà sempre un monologo.
  • L’unico modo di sopravvivere ad una separazione è non sopravvivergli affatto. Solo quando hai toccato il fondo dell’abisso capisci che non resta che risalire. E per di più avrai compreso quanto a fondo puoi andare, ed avrai ottenuto la misura di te stesso.
  • Incredibile come la società occidentale possa farti sentire un semidio se hai messo da parte almeno il necessario per le spese legali.
  • Più violentemente urterai il suolo quando cadrai, più la gente resterà sbalordita nel vederti rialzare. Se senti di dover cadere, cadi forte.
  • La natura è assolutamente neutrale, ma quanto è poco romantico convincersene.
  • Il potere del pensiero negativo andrebbe decantato almeno quanto quello del pensiero positivo. Un ‘non ce la farai mai’ può salvare la vita tanto quanto un ‘vedrai che andrà tutto bene’. Principio altrimenti noto come: L’imparzialità dei coach.
  • Gli unici veri amici sono quelli ai quali puoi permetterti di non dare spiegazioni, e ai quali non chiederai spiegazioni.
  • Fate della solitudine la vostra inesauribile risorsa: genera tempo e silenzio, e le cose migliori avvengono quando si hanno del tempo e del silenzio.
  • Si dovrebbe avere un libro per colonna sonora di ogni fase della vita, scandire il tempo con i romanzi, e così vivere due vite in parallelo. Dire: ‘Ho conosciuto Giulia mentre stavo leggendo Le affinità elettive di Goethe’ oppure ‘Il giorno dell’incidente d’auto leggevo L’educazione sentimentale di Flaubert’.
  • Non perdete tempo ed energia ad indossare maschere: essere voi stessi ha il duplice vantaggio di allontanare la gente molto diversa ed attrarre quella molto simile.
  • Per essere voi stessi dovrete imparare a conoscervi, per imparare a conoscervi dovrete soffrire fino a credere di poter morire. Le occasioni non mancheranno.
  • Leggere vi sottrarrà tempo che altrimenti impieghereste nell’interessarvi di fatti che non vi riguardano, e i peggiori litigi nascono dall’interesse verso fatti che non ci riguardano.
  • L’orgoglio è una cosa da gente che legge poco o non legge affatto.
  • I lettori e-book, certo. Un’intera biblioteca in tasca che non potrai usare per riscaldarti durante la prossima era glaciale. E poi, vuoi mettere strappare una pagina di Moccia. Più che di una presa di corrente avrei bisogno di emozioni.
  • La società mi dà la nausea, lo ammetto, ed il solo modo che conosco per sentirmi meglio è vomitare inchiostro.
  • Alcuni si interessano di persone, altri di idee; ho scoperto con somma grazia di appartenere ai secondi e di non apprezzare i primi.
  • Meglio amare meno e meglio che amare tanto e male.

Un vascello da puttana

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Forse verrà un giorno in cui,
noi traduttori,
saremo chiamati
a chiedere scusa
alla nostra lingua madre.
 
Lei chinerà la testa,
guarderà il pavimento,
la rialzerà e,
senza guardarci,
mormorerà, ferma:
 
“Per ogni circostanza
nella quale m’hai tradita
io ti ringrazio.
La tua incoerenza
m’ha donato nuova vita.
 
Son nata dalla morte
e morte non mi spaventa,
son preda della sorte
e l’infedeltà m’alimenta.
 
Amore ho giurato a molti,
mantenuto con nessuno;
fui l’amante dei più colti,
non ne sposai neppure uno.
 
Ora prendi carta e penna:
fammi un vascello
da puttana.
Che sia Danubio, Tamigi o Senna
conducimi fiera
in terra lontana.”
(Alessandro Ghio)