Duri a morire

Voce di popolo, voce di Dio. La vastità della sapienza popolare permetterebbe di colloquiare a suon di proverbi, frasi fatte e cliché, ed intendersi perfettamente.

La pratica è consolidata al punto che persino i personaggi dai quali esigeremmo risposte più eloquenti prediligono gli espedienti linguistici per affermare, nella brevità di due parole, contenuti di due pagine. Segno evidente che la crisi abbia intaccato persino materie esterne all’economia, ed in special modo la volontà di esprimersi in chiare lettere.

L’origine delle frasi fatte è antichissima e tanto è bastato a donar loro un posto nell’olimpo delle cose immodificabili. Per una qualche sconosciuta ragione le cose vecchie devono necessariamente essere considerate vere, benché spesso le nuove ne rivelino la falsità. La convinzione popolare diviene verità secondo un processo che Schopenhauer divide in tre fasi:

“La verità passa per tre gradini: viene ridicolizzata, viene contrastata, viene accettata come ovvia.”

Proverbi e luoghi comuni sono ripetuti quotidianamente senza ritegno né riflessione, con la superbia di chi si gloria d’essere nel giusto. Non preoccuperebbe se non fosse che questi costrutti semantici, dei quali si ignora spesso il significato originario, finiscono per condizionare le nostre scelte di vita a breve e lungo termine.

E’ palese xenofobia quella ravvisabile nel proverbio donne e buoi dei paesi tuoi, eco di un tradizionalismo senz’altro duro a morire. Traspare assai poca simpatia per i consanguinei in detti come fratelli coltelli, parenti serpenti e i parenti sono come le scarpe: più stretti sono, più male fanno. Crollerebbe la proverbiale ospitalità attribuitaci all’estero se sapessero del proverbio: L’ospite è come il pesce: dopo tre giorni puzza.

Istiga alla punizione corporale, e quindi alla violenza, il detto mazza e panella fanno i figli belli. C’è della pericolosità intrinseca in frasi come tentar non nuoce, la migliore difesa è l’attacco, l’amore non è bello se non è litigarello e can che abbaia non morde, le quali prese ad litteram, come spesso accade, produrrebbero effetti assai spiacevoli.

Di matrice similmente violenta, perché militaresca, le espressioni serrare le file – storpiato in serrare le fila, dimenticando il plurale – essere in procinto – dal lat. cingere, che sottintende la parola arma – spezzare una lancia – a favore di qualcosa o qualcuno – ed essere alle prime armi.

Quali contraddizioni emergerebbero se dovessimo accostare chi fa da se fa per tre a l’unione fa la forza, il mondo è bello perché è vario a tutto il mondo è paese, chi va piano va sano e va lontano a chi tardi arriva male alloggia, il riso fa buon sangue a il riso abbonda sulla bocca degli stolti.

Si pensi a quanti giovani giustificano le azioni più incaute prorompendo: vent’anni nella vita si hanno una volta sola. Il medico è visto come il male a cui sottrarsi in una mela al giorno leva il medico di torno, espressioni quali cieco come una talpa dimostrano una grave ignoranza scientifica, fumare come un turco presuppone – sbagliando – che i turchi siano grandi fumatori.

Per quante volte ancora si ripeterà che non ci sono più le mezze stagioni, primavera, estate, autunno e inverno continueranno a susseguirsi. Si continua a lamentare che si stava meglio quando si stava peggio e che non è più come una volta riferendosi ai tempi in cui si moriva per un raffreddore.

Per quanto dettagliate le etichette sui prodotti alimentari si continua ad affermare che non si sa più quello che si mangia, a credere che Einstein fu rimandato in matematica, che le donne tradiscono molto più degli uomini, che a Londra piove 365 giorni l’anno, che gli italiani li trovi dappertutto.

Emerge in tutta la sua misoginia la scarsa considerazione che l’uomo nutre nei confronti della donna – derivata forse dall’impostazione patriarcale della società italiana – in umiliazioni come Bacco, Tabacco e Venere riducono l’uomo in cenere, chi dice donna dice danno, donna al volante pericolo costante, le donne ne sanno una più del diavolo, auguri e figli maschi, tre figlie e una madre, quattro diavoli per un padre.

Ad esemplificare quanto la tradizione cristiano-cattolica sia profondamente radicata nella cultura popolare, torna utile rammentare di espressioni come ad ogni morte di Papa, andare a farsi benedire, capire l’antifona – l’antifona era la parte proemiale della predica religiosa – capro espiatorio, essere casa e chiesa, essere contenti come una Pasqua, da quale pulpito viene la predica – il pulpito era la postazione sulla quale saliva il sacerdote per farsi meglio ascoltare durante la predica – frutto proibito, nascondersi dietro una foglia di fico, non sapere a che santo votarsi, avere la pazienza di Giobbe, scoprire gli altarini, terra promessa, essere come San Tommaso, essere giù di corda – contrapposto al sùrsum corda, o in alto i cuori della messa latina.

Si faccia ancora mente locale a proverbi come morto un Papa se ne fa un altro, ad ognuno la sua croce, e all’espressione chi tace acconsente attribuita a un Decretale di Bonifacio VIII, originariamente “qui tacet, consentire videtur”.

Sono poi di derivazione contestualmente biblica le espressioni costruire sulla roccia/sabbia (Matteo 7,21.24-29), figliuol prodigo (Luca 15,11-32), lavarsene le mani (Matteo 27,24), niente di nuovo sotto il sole (Ecclesiaste 1, 10), essere una pecorella smarrita (Luca 15,4), per un piatto di lenticchie (Genesi 25,29-33), dare perle ai porci (Matteo 7,6), pietra angolare (Isaia 28,16), porgere l’altra guancia (Matteo 4,39), restare di sale/sasso (Genesi XIX, 23), servire su di un piatto d’argento e vitello grasso (Luca 15,23).

Analoga origine accomuna i proverbi chi di spada ferisce di spada perisce (Matteo 26, 52), chi semina vento, raccoglie tempesta (Osea 8, 7), date a Cesare quel che è di Cesare (Matteo 22, 21), nessuno è profeta in patria (Luca 4, 24), non giudicare se non vuoi esser giudicato (Matteo 7, 1-2), occhio per occhio, dente per dente (Esodo 21, 22-25), e tale padre, tale figlio (Ezechiele 16, 44).

Gli antichi greci, com’è noto, si ponevano dinanzi alla natura – esistente da sempre – come contemplatori delle sue leggi ed impossibilitati a modificarle. Il cristianesimo, com’è meno noto, apportò una radicale modifica nel rendere la natura il prodotto di una volontà – quella di Dio – ed il risultato è riconoscibile nei detti: Non cade foglia che Dio non voglia, non sputare in cielo, che in faccia ti viene, scherza con i fanti e lascia stare i Santi, chi non crede in Dio, crede nel diavolo, Dio li fa e poi li accoppia, Dio, se chiude una porta, apre un portone, Dio vede e provvede.

Ingombrante pure la presenza del gergo calcistico nel parlato quotidiano, da cui andare nel pallone, cogliere in contropiede, salvarsi in calcio d’angolo sono divenute espressioni comuni. Si parla, a prova di quanto l’argomento sia determinante per gli italiani – al punto da confonderlo con la spiritualità – di “fede calcistica”.

Non stupisce, date le circostanze, che nel 1993 l’attuale Presidente del Consiglio abbia utilizzato il gergo calcistico nell’asserire di voler scendere in campo, e che nel 1994 abbia nominato il suo partito Forza Italia, i cui membri sono nazionalisticamente denominati gli azzurri. Il Presidente ha parlato agli italiani nel linguaggio che meglio intendono, quello del pallone di cuoio, intravedendo in questo la via più rapida per il consenso.

Medievale la credenza del sangue blu che distinguerebbe i nobili dalla gente comune, come pure l’espressione nascere con la camicia, ove la “camicia” indicherebbe quella patina protettiva dell’epidermide, di colore biancastro, caratterizzante alcuni neonati al momento del parto, e ritenuta di buon auspicio nel Medioevo.

Sette vite come i gatti rimanda ad arcaiche credenze che attribuivano ai gatti doti soprannaturali, derivate forse dalla loro capacità di atterrare sulle zampe anche dopo una lunga caduta. Dei gatti si ritiene pure, erroneamente, che siano animali indipendenti – ma tutti gli animali lo sono allo stato selvaggio – e che siano meno impegnativi dei cani.

Intollerabilmente medievali molte delle credenze religiose in voga, quali ad esempio l’esistenza dei santi, degli angeli, dei demoni, e di un patrono per ogni città – che finisce per essere più venerato di Gesù Cristo. Statue che gemono e piangono sangue e tombe che trasudano liquido sono un artifizio medievale a tutt’oggi necessario per fomentare il timore reverenziale ed il conseguente rifugio nelle istituzioni religiose.

Non meraviglia che tali convinzioni siano sopravvissute in un Paese che ha potuto credere alle stimmate di Padre Pio – rivelatesi tintura di iodio, come spiegò l’ordinario di patologia medica Amico Bignami al Sant’Uffizio – alla Madonna piangente di Civitavecchia – il cui sangue risultò umano e maschile, secondo la relazione degli ematologi Angelo Fiori e Giancarlo Umani Ronchi – e alla “Sacra” Sindone di Torino, che studi scientifici sembrano ormai confermare essere un falso ben riuscito.

Per la medesima causa – quella del mancato approfondimento – si ritiene oggi che i Magi fossero tre, benché il numero non venga mai menzionato nei Vangeli, che “l’Immacolata concezione” si riferisca alla nascita verginale di Gesù – laddove il termine identifica piuttosto la nascita della Vergine Maria – e che Gesù nacque il 25 dicembre in una mangiatoia fra un bue ed un asino, benché le Scritture non riportino né la data della nascita, né il luogo esatto e men che meno la compagnia dei premurosi animali.

Si è soliti identificare Matusalemme come l’uomo più vecchio della Bibbia benché egli – secondo la narrazione – morì a soli 969 anni, un’età decisamente più esigua se paragonata a quella di Enoch, suo padre, vissuto per la bellezza di 5387 anni.

La vera anima del volgo restano, comunque, le superstizioni. Lo sventurato passaggio sotto la scala ha origine religiosa anch’esso. Venendo a formare un triangolo rappresentante la Trinità, la scala poggiata alla parete rappresenterebbe un ostacolo spirituale per quanti non intendano offendere il Padreterno. Il Venerdì è il giorno infausto per antonomasia poiché a tale data si riconduce la morte di Gesù, ma è pur vero che in tal giorno i romani pagavano le tasse ed eseguivano le condanne a morte.

Il numero 666 continua ad essere considerato il numero della bestia o dell’anticristo – tanto da degenerare in vera e propria Hexakosioihexekontahexaphobia – secondo una superstizione vecchia di duemila anni. Negli USA l’autostrada 666 è stata ribattezzata in autostrada 491, nel 1999 fu scelto un nuovo numero per la linea 666 degli autobus, e al Parlamento il posto 666 continua ad essere lasciato vuoto per scaramanzia.

Non meraviglia affatto, in un Paese che consente la divulgazione di astrologia e oroscopi attraverso i media, che proverbi, frasi fatte e luoghi comuni – obsoleti, nella maggior parte dei casi – costituiscano la fonte prediletta cui attingere durante le conversazioni.

Da qui a presumere imminente l’estrazione dei cosiddetti numeri ritardatari nel gioco del lotto – in barba alle leggi del calcolo delle probabilità – e all’approvazione di una credenza risalente all’età del bronzo – la religione – il passo è breve.

Si condisca il tutto con una buona dose di strafalcioni grammaticali – dopotutto val più la pratica della grammatica – con l’oblio di congiuntivi e condizionali, con la trasformazione del linguaggio degli spot in linguaggio quotidiano e col fatto d’essere passati direttamente da un’esistenza di non lettura all’era della televisione – senza neppure passare per i quotidiani – e si otterrà un contingente dagherrotipo della società italica.

Certe cose succedono solo in Italia?
Un luogo comune anche questo, sebbene l’accezione all’italiana venga ormai utilizzata per designare un’azione svolta in modo poco rigoroso, anche all’estero.

Fondamentalismi

Se considerassimo la buona abitudine di approfondire l’etimo delle parole correntemente in voga – e riscoprissimo il fascino del vocabolario – debelleremmo la maggior parte delle convinzioni che influenzano la società moderna.
Per dirla col protagonista del film neorealista Umberto D. diretto da De Sica nel ’52:

“Certe cose avvengono perché non si sa la grammatica: tutti ne approfittano degli ignoranti.”

La parola è potere, come riconobbe lo scrittore statunitense Ralph Waldo Emerson: i grandi mutamenti della Storia avvengono dapprima sul piano linguistico, poi sociale, e per cambiare il mondo occorre prima cambiare il significato delle parole.

E’ occorsa la ridefinizione del significato di razza per annientare, almeno su carta, il razzismo, e di Olocausto – che in origine significava semplicemente “sacrificio”, soprattutto della propria vita, ispirato da una dedizione completa al proprio ideale – per ornamentare la macabra vicenda dello sterminio degli ebrei con un appellativo vistoso.

Qui la parola in esame è fondamentalismo. Il vocabolo, di derivazione anglosassone, nacque tra il 1878 e il 1918 per indicare una corrente della religiosità protestante che si sviluppò negli Stati Uniti per riaffermare alcuni punti irrinunciabili della fede, definiti appunto fundamentals, dedotti attraverso un’interpretazione letterale delle Scritture.
Il fondamentalismo prevedeva, tra le altre cose, l’assolutizzazione di un Libro sacro – la Bibbia – ed il mito di una società delle origini da riprodurre nel tempo presente.

E’ ormai prassi comune associare la parola fondamentalismo agli episodi di estremismo o fanatismo islamico. Il vocabolo rimanda ineluttabilmente alle vignette satiriche del quotidiano danese – che vedono Maometto raffigurato con una bomba al posto del turbante – le quali nel 2005 suscitarono la violenta indignazione del vicino Oriente.

Rimanda agli attacchi alle ambasciate americane di Nairobi e Dar el Salam nel ’98, ai boeing dirottati dell’11 settembre 2001. Alle esplosioni di Kuta Beach del 2002, ai camion imbottiti di tritolo a Ryad, nel 2003, o agli attentatori muniti di giubbotti esplosivi a Casablanca nello stesso anno. Ricorda l’autobomba esplosa davanti al quartier generale dell’ONU a Baghdad, il camion-bomba di Nassiriya nel 2003, i morti di Kerbala nel 2004, le dieci bombe sui treni di Madrid.

L’accostamento fondamentalismo-Islam risulta oggi immediato, comodo, addirittura lampante. Eppure esiste un fondamentalismo che non è fatto di bombe, non parla arabo e non si rivolge alla Mecca quando prega.

Nella sua accezione originale come in quella d’uso corrente – che lo amalgama ai vocaboli integrismo, tradizionalismo e conservatorismo – la parola delinea propriamente una caratteristica fondante delle principali religioni del mondo, in specie monoteiste: l’ostentazione dell’unica indiscutibile Verità.

Nel tentativo di distinguersi dal fondamentalismo islamico la Chiesa cattolica, rappresentante la religione ufficiale del Paese in cui vivo, ha un tempo sottolineato per mezzo dei suoi leader:

“Il ricorso alla violenza in nome del proprio credo religioso costituisce una deformazione degli insegnamenti stessi delle maggiori religioni. […] l’uso della violenza non può trovare fondate giustificazioni religiose né promuovere la crescita dell’autentico sentimento religioso.”

Tuttavia, come ha rilevato il teologo Francois Houtart, è da considerarsi altrettanto violento il culto della sofferenza, del sacrificio, del martirio, dell’auto-immolazione caratterizzante la tradizione cristiana.

E’ violenta, seppur in diversa chiave, la vocazione all’evangelizzazione e alla conversione degli “infedeli” secondo la convinzione d’essere gli unici portatori della Parola di Dio e di avere il compito di stabilire il Suo regno sulla terra. E’ violenta la contrapposizione fedele/infedele alla base di ogni fanatismo, come anche la lotta Bene/Male tipicamente legata alla religione.

Il Cattolicesimo è espressamente fondamentalista nella misura in cui, attraverso la costituzione dogmatica Pastor Aeternus del Concilio Vaticano I, proclama il dogma dell’infallibilità pontificale, ovvero della veridicità assoluta – e quindi fondamentale – delle affermazioni del Papa, come il testo stesso riporta:

“Richiamandoci dunque fedelmente alla tradizione, come l’abbiamo assunta dalle prime epoche del Cristianesimo, noi insegniamo, ad onore di Dio, nostro Salvatore, per gloria della Religione Cattolica e per la salvezza dei popoli cristiani, con l’approvazione del sacro Concilio, e dichiariamo quale dogma rivelato da Dio: ogni qualvolta il Romano Pontefice parla ex cathedra, vale a dire quando nell’esercizio del Suo Ufficio di pastore e Maestro di tutti i cristiani, con la sua somma Apostolica Autorità dichiara che una dottrina concernente la fede o la vita morale dev’essere considerata vincolante da tutta la Chiesa, allora egli, in forza dell’assistenza divina conferitagli dal beato Pietro, possiede appunto quella infallibilità, della quale il divino Redentore volle munire la sua Chiesa nelle decisioni riguardanti la dottrina della fede e dei costumi. Pertanto, tali decreti e insegnamenti del Romano Pontefice non consentono più modifica alcuna, e precisamente per sé medesimi, e non solo in conseguenza all’approvazione ecclesiastica. Tuttavia, chi dovesse arrogarsi, che Dio ne guardi, di contraddire a questa decisione di fede, sarà oggetto di scomunica. Dato in Roma, in solenne pubblica assemblea nella Basilica Vaticana, nell’anno del Signore 1870, il 18 Luglio, nel venticinquesimo anno del nostro pontificato.”

Il Cattolicesimo è espressamente fondamentalista nella misura in cui interpreta testualmente, “alla lettera”, le Sacre Scritture e proclama, secondo quanto Tascio Cecilio Cipriano da Cartagine – poi San Cipriano, anche per brevità – dichiarò nell’Epistula 73, 21, 2: Salus extra ecclesiam non est: non esiste salvezza al di fuori del materno ventre della Chiesa di Roma.

I fedeli che, interessandosi attivamente alla dottrina, hanno scorto un seme di fondamentalismo nella religione cristiano-cattolica hanno preso a coltivare una dimensione privata della stessa, riconoscendone alcuni fondamenti e respingendone altri.

La popolazione italiana conta una maggioranza di sedicenti cattolici praticanti che disconosce l’esplicito divieto della Chiesa all’utilizzo di anticoncezionali, non ha nulla in contrario ai rapporti omosessuali, è favorevole all’aborto e contraria alla pena di morte, rifiuta la nascita verginale di Gesù o la novella dell’Eden – precetti, questi, fondamentali della dottrina – e tuttavia continua a considerarsi “cattolica praticante”; più per timore d’essere ripudiata dai consimili, famigliari inclusi, che per altro.

Ho tradotto, previa autorizzazione, un breve elenco – trovato su un sito statunitense – delle ragioni per i cristiani rischiano d’essere considerati, a pieno titolo, fondamentalisti:

Sei un fondamentalista cristiano quando:

1- Neghi energicamente l’esistenza delle migliaia di divinità predicate dalle altre religioni ma ti consideri oltraggiato quando qualcuno nega l’esistenza delle tue;
2- Ti consideri insultato e “disumanizzato” quando gli scienziati affermano che l’uomo si è evoluto da altre forme di vita ma non hai nulla da ridire quando la Bibbia asserisce che siamo stati creati dal fango;
3- Ridi dei politeisti ma non hai nulla in contrario al credere in un Dio Trino;
4- Diventi verde di rabbia quando sai delle “atrocità” commesse per Allah, ma non fai una piega nel leggere di quando Dio/Geova massacrò tutti i bambini d’Egitto in “Esodo” ed ordinò lo sterminio di interi gruppi etnici in “Giosuè” inclusi bambini, donne ed alberi;
5- Schernisci le credenze indù che divinizzano gli esseri umani e i racconti di dei greci che vanno a coricarsi con umani, ma non trovi nulla di strano nel credere che lo Spirito Santo abbia ingravidato Maria, la quale partorì un uomo-Dio che fu poi ucciso, tornò in vita ed ascese al cielo;
6- Hai intenzione di trascorrere la tua vita a caccia di piccole controversie per screditare l’era dominata dalla Scienza (ovvero alcuni miliardi di anni) ma ritieni giusto credere a datazioni registrate da uomini tribali dell’Età del Bronzo, che se ne stavano seduti nelle loro tende a supporre che la Terra fosse vecchia appena di qualche generazione;
7- Credi che l’intera popolazione di questo pianeta, ad eccezione di quanti condividono le tue credenze – escluse quindi le sette rivali – trascorrerà l’eternità in un Inferno di Sofferenze, e tuttavia consideri la tua religione la più “tollerante” e “caritatevole”;
8- Finché la scienza moderna, la storia, la geologia, la biologia e la fisica non saranno riuscite a convincerti del contrario, uno squilibrato che si rotola sul pavimento parlando “in lingue” costituirà tutta la testimonianza di cui abbisogni per “dimostrare” la veridicità del Cristianesimo;
9- Definisci lo 0,01% come “un alto tasso di successo” in termini di preghiere esaudite, e consideri questa un’evidenza del fatto che le preghiere funzionino. Ritieni che il restante 99,99% dei fallimenti sia la semplice volontà di Dio;
10- Sei molto meno informato di molti atei ed agnostici riguardo la Bibbia, la cristianità e la storia della Chiesa, ma continui a considerarti cristiano.

[articolo esportato su AgoraVOX Italia all'indirizzo: http://www.agoravox.it/Fondamentalismo-cristiano.html%5D

Contre-courant

Il filosofo britannico Karl Popper, nel saggio del 1994 intitolato “Cattiva maestra televisione”, identificò nel piccolo schermo uno dei principali mali della società moderna. La denuncia di Popper riguardava la violenza rappresentata sugli schermi, della quale i bambini erano – e sono – passivi scolari, secondo un’amara presa di coscienza che ebbe come padre il nostro Pasolini e confluì nelle considerazioni di Pietro Boccia, passando per l’”Homo videns” di Sartori fino all’incompreso “Videocracy” del regista svedese Erik Gandini.

La psicologia moderna riconosce le nozioni violente come causa di effetti devastanti sulla mente ancora in fase di formazione dei bambini, i quali notoriamente dimostrano una difficoltà nel discernere la realtà dalla finzione. Di fronte ad un alto tasso di violenza il bambino può acquisire una vera mancanza di empatia nella sofferenza altrui, e addirittura convincersi che il prossimo sia un oggetto, una cosa e non una persona.

L’ultimo decennio ha visto la graduale – ma lenta – sensibilizzazione delle masse sull’argomento col conseguente attivismo di un gotha ben informato e fermamente anti-mediatico. Eppure solo in tempi recenti la contestazione ha abbandonato il piedistallo per abbracciare quella fetta di popolazione che, per incapacità, preclusione o più probabile negligenza, non ha conosciuto l’alternativa – poiché la lettura è ora un’alternativa – all’intrattenimento mediatico.

Mi riferisco ai “Prolet” tratteggiati da Orwell nel celebre romanzo 1984, i soli a non essere spiati dal governo totalitario poiché ritenuti assolutamente innocui nella loro ignoranza. Mi riferisco alle “macchine da voto” di cui ha parlato il nostro ministro Gelmini. Alla carne da macello, alla forza lavoro, al compromesso che rende possibile una società formata, educata, governata ed inquadrata mediante immagini.

Ogni contestazione collettiva è un processo lento e burrascoso che suole nascere da figure di spicco, in genere ben istruite. E’ accaduto per la televisione – la cui demonizzazione ha raggiunto un consenso mai registrato prima d’ora – come anche per l’energia nucleare, la globalizzazione, le droghe leggere e la pena di morte.

Una società in cui l’individuo abbia libero accesso alla cultura non tarderà a domandarsi se sia giusto usare gli animali come cavie da laboratorio, o negare agli omosessuali i diritti riconosciuti a tutti gli altri, o dare del carnefice all’esecutore di un aborto, o licenziare un professore per aver accennato a Darwin durante l’ora di religione. Difatti, parallelamente alla diatriba sulla televisione esistono altre controversie, alcune delle quali di recente venuta, sorte grazie all’accesso ad una cultura un tempo prettamente élitaria.

Relativamente recente è la disputa – supportata da alcuni degli intellettuali più acuti della scena contemporanea – che mira a stabilire se la religione sia la causa prima dei conflitti più spietati del pianeta e se l’uomo vivrebbe meglio senza l’ingerente presenza di testi come la Bibbia.

E’ fresca la notizia del portoghese José Saramago – 86 anni, premio nobel per la letteratura nel 1998 – che ha recentemente bollato la Bibbia come “un manuale di cattivi insegnamenti”. Richiamato dalla Chiesa cattolica, Saramago ha ironicamente replicato che non avrebbe mai pensato di offendere i cattolici, perché “i cattolici non leggono la Bibbia.

Lo scrittore fece già urlare allo scandalo nel 1992 col romanzo “Il vangelo secondo Gesù Cristo”, nel quale dipinse un Messia umano, troppo umano – per dirla con Nietzsche – alle prese con la vita terrena. L’opera, frutto di una riesamina critica e razionalista degli episodi narrati sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, si guadagnò l’asprezza dei commenti clericali anzitutto per aver messo in discussione la nascita verginale di Gesù – nonché il pilastro della religione cattolica. Degno di nota il passo:

Come tutti i figli degli uomini, il figlio di Giuseppe e Maria nacque sporco del sangue di sua madre, vischioso delle sue mucosità e soffrendo in silenzio.

L’incipit del romanzo abbaglia con una visione disincantata dell’immagine del Cristo crocifisso. La stessa che suggestionerebbe un bambino non cristiano qualora mettesse piede, per la prima volta, in una delle tante chiese cattoliche che sfoggiano un cadavere crocifisso nell’abside – sia questo dipinto o intagliato nel legno. Ne considero doverosa la pubblicazione a scopo informativo:

Si vede il sole in uno degli angoli superiori del rettangolo, quello alla sinistra di chi guarda, e l’astro re è raffigurato con la testa di un uomo da cui sprizzano raggi di luce pungente e sinuose lingue di fuoco, come una rosa dei venti indecisa in quali direzioni puntare, e quel viso ha un’espressione piangente, contratta da un dolore inconfortabile, e dalla bocca aperta emette un urlo che non potremo udire, giacché nessuna di queste cose è reale, quanto abbiamo davanti è solo carta e colore, nient’altro. Sotto il sole vediamo un uomo nudo, legato a un tronco d’albero, i fianchi cinti da un drappo, a coprirgli le parti che chiamiamo intime o vergognose, e i piedi li ha posati su quanto resta di un ramo tagliato, ma per maggior saldezza, perché non scivolino da quel sostegno naturale, sono fissati da due chiodi, profondamente conficcati.

–Tratto da “O Evangelho segundo Jesus Cristo”, J. Saramago, Traduzione di Rita Desti

Le istituzioni ecclesiastiche continuano a deprezzare testi come questo, tutto sommato innocui, consentendo ad una delle opere più sanguinose della letteratura mondiale di circolare indisturbata.

Quando scoviamo nostro figlio con l’ultimo thriller di King fra le mani ci fiondiamo a sottrarglielo poiché temiamo che la crudezza di alcuni passi ne possa sconvolgere l’innocenza. Ritengo ingiustificato, nonché pericoloso, che non avvenga lo stesso quando vediamo nostro figlio sfogliare una copia della Bibbia. Per chi intendesse approfondire, precedentemente ho affrontato il problema della violenza gratuita presente nel testo biblico, il post era intitolato “Letture sconsigliate”.

Assieme ai fornelli, alle prese elettriche, alle sostanze detergenti e agli elettrodomestici, la Bibbia è una delle insidie dalle quali dovremmo tenere lontani i nostri fanciulli. Almeno fino a maturazione completa, la quale in genere non corrisponde mai col compimento della maggiore età.

Per citare, ancora una volta, il blasonato Richard Dawkins, dichiaratamente ateo:

Non esitiamo a dire che un bambino è cristiano o che è musulmano, quando in realtà sono troppo piccoli per comprendere argomenti del genere. Eppure non ci sogneremmo mai di dire che un bambino è keynesiano o marxista. Con la religione, invece, si fa un’eccezione.

La battaglia all’indottrinamento religioso pre-maturo, al fianco di quella contro la televisione nociva, è uno dei conseguimenti più riusciti della società moderna. Si è forse giunti alla vigilia della clamorosa pubblicazione di un insperabile “Cattiva maestra religione“.